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Pillole d'arte

AFRO BASALDELLA

Afro Basaldella è da considerarsi uno degli indiscussi maestri della pittura italiana ed europea  del secondo dopoguerra.

A caratterizzare la sua ricerca  è una caparbia  indagine di un minuzioso equilibrio stilistico, in grado di conseguire una proporzione tra l’emozione ed il controllo intellettuale.

L’urgenza espressiva tipica del linguaggio informale, a cui Afro si è con passione avvicinato sin dagli esordi, viene sempre contenuta dall’artista grazie ad un’attenta consapevolezza dei mezzi espressivi. Ogni suo dipinto, se attentamente osservato, restituisce all’osservatore quanto sia basilare la fase ideativa e preparatoria. Quelli che possono apparire elementi e colori che si intrecciano e sovrappongono in maniera casuale, sono in realtà la risultante di un progetto meditato e calibrato.  I ritmi dell’opera sono infatti sempre rigorosamente risolti grazie alla capacità di bilanciare, sulla superficie, forme, colori e segno. Il colore ha, nel ritmo degli spazi, una funzione preponderante, sia nell’accordo delle tonalità che dei valori timbrici. L’artista persegue  - inflessibile -  le assonanze degli analoghi, così come gli apparenti stridori. I suoi rossi, gialli e blu, sovente chiusi all’interno di un linearismo grafico che li determina e quasi circoscrive, spiccano dai fondi per lo più diafani, atonali. Assumono una dimensione schematica, che riportano a certo Picasso, a Klee ed alla loro ricerca della convivenza e conciliazione  fra spazio e colore.

Sul cromatismo, infatti, Afro interviene con il segno, che pare a volte concitato, insofferente, alla ricerca di ritorsioni quasi ossessive, ma risulta poi sempre controllato dal tentativo di dar vita ad un’opera finale in cui l’emozione venga  contenuta dall’intelletto. Ne deriva una pittura che sta oltre l’astrazione, oltre il costruttivismo geometrico, ma non si abbandona mai totalmente all’istintività pura dell’informel. Sulle sue tele pare che, pur in quella luminosità diffusa che assorbe i contorni e stempera ogni forma in puro lirismo, vi sia in realtà una necessità di conseguire comunque una sorta di architettura formale capace di raccontare la memoria del reale. Siamo di fronte ad un’espressività che vive di una tensione contenuta e modulata, restituendo quelle tipiche superfici arabescate, dominate da una misura interna che le rende intime e delicate.

 

 

CRISTINA PALMIERI

MARIO SIRONI

Il travagliato percorso artistico di Mario Sironi fu profondamente  influenzato dalle vicende politiche di un periodo che vide il concretizzarsi di   grandi trasformazioni sociali, segnato dalla tragedia delle guerre, dall'instaurarsi del regime fascista (per il quale parteggiò,  in un’autenticità, legata ai valori della tradizione, a cui mai abdicò) e dalla sua successiva disfatta.

Dopo un’iniziale adesione alle istanze futuriste ed alla metafisica, pur prendendo parte al movimento del Novecento, l’artista percorse ben presto una ricerca autonoma e scevra da coevi condizionamenti. Personalità originale e vigorosa, affascinato dall’architettura,  fu in grado - sin dagli anni Venti -  di sviluppare una visione dell’arte  assolutamente particolare, elaborando un’estetica essenziale, capace di raccontare quella concezione tragica dell’esistenza che proromperà in maniera definitiva nei paesaggi urbani del primo dopoguerra. Della metropoli moderna rivelò da un lato la dimensione di potenza che può generare l’energia costruttiva del cambiamento, dall’altro i sobborghi silenti e malinconici, affrescati mediante colori cupi, quei grigi e azzurri opalescenti, cinerei,  con una  matericità che rende la sua pennellata pastosa e immediatamente riconoscibile, capace di trasudare l’effetto tattile delle superfici del mondo che narra. Quasi le rendesse presenti davanti a noi con una veridicità disarmante, nel loro senso di spaesamento.

Sironi raccontò l’amaro sconforto di un intellettuale incapace di chiudere gli occhi di fronte alla condizione amara ed angosciante dell’uomo moderno, di quella moltitudine incolore ed affannata di persone che abita le caliginose periferie cittadine, avvolte di nebbia e fumo. Sin dai lavori metafisici, l’uomo è percepito alla stregua di un viandante solitario che attraversa uno spazio urbano scandito da cisterne e ciminiere, da fabbriche che paiono prigioni, da livide mura proiettate in un cielo senza colore. Un mondo spettrale in cui si consuma l’esistenza. Il dramma è congiunto al  nostro destino, alla caducità di quanto ci riguarda e  circonda, alla lotta quotidiana. L’umanità che l’artista affresca è cronaca di persone  che soffrono e che lavorano. Figure umili, dipinte  però in una  sintesi formale che le rende quasi statuarie nella loro dignità. In questo il suo socialismo - mai abiurato e mai macchiato dalla propaganda e dal velleitarismo – è autentico sentimento del mondo che vive e di cui  percepisce il cambiamento e le profonda rivoluzione sociale.

CRISTINA PALMIERI

MARK ROTHKO

“La pittura è l’arte dei colori e della forme, liberamente concepite, ed è anche atto di volontà e di creazione, ed è un’arte irrazionale, con predomino di fantasia ed immaginazione, cioè poesia.”

                                                        [ Osvaldo Licini, “Lettera aperta al Milione”, 1935]

 

Le parole di Osvaldo Licini, uno dei maggiori esponenti dell’Astrattismo italiano, possono condurci alla comprensione della pittura di Mark Rothko. La produzione più nota dell’artista americano, infatti, si è incentrata sulla ricerca di un’astrazione totalmente interiore e soggettiva, in cui fondamentale ruolo hanno avuto la scoperta della spiritualità espressiva del colore e l’indagine  della possibilità di calibrare, attraverso le modulazioni e variazioni cromatiche, le geometrie compositive e formali dell’opera astratta.

Quando si sceglie la libertà totale come codice comunicativo,  la pittura non può allora che evolversi nei colori, nei rapporti tra il segno e lo spazio, nella materialità. E’ come se l’autore decidesse di proiettare sulla tela, che diviene il palcoscenico dell’ anima, un proprio codice simbolico, il proprio mondo interiore.

L’astrattismo, soprattutto nella sua maggior tradizione europea, ha sempre amato l’ordine, gli armoniosi rapporti della geometria, la chiarezza, la pulizia, le composizioni in cui a predominare possa essere una vigorosa semplicità. Rothko recupera  questi valori, vi si addentra.

La sua pittura, forte soprattutto di marcati contrasti cromatici e di ricerche sui valori spazio-luce, considera la tela come una superficie piana e indeterminata, sulla quale ogni forma è disciolta in puri accordi coloristici proiettati sullo spazio del supporto.

Le tele di Rothko sono inquadrabili come uno sforzo di costruire l’opera a partire dall’accordo di campiture colorate orizzontali, in cui il colore è generalmente steso in modo piatto, puro, asettico. Il suo colore è così campito entro i limiti di fasce rettangolari, in una pittura totalmente aprospettica, in cui lo spazio è creato -  a partire da un tono dominante, un colore più scuro ma comunque intenso e pieno di luce -  nell’ordinata sequenza di queste bande colorate, talvolta severe e quasi monocordi, più spesso squillanti e vivaci. L’estrema libertà espressiva che, come detto, è presupposto del concetto dell’astrazione sembra quasi negarsi nella costante ricerca di armonia alla quale si richiama, come se l’essenza schematica delle sue composizioni, nonché l’ approfondimento degli accordi tra i colori, agissero il lui come costante ritorno all’ordine, come necessità di trovare una coincidenza tra realtà visiva (con le proprie leggi) e realtà spirituale.

In realtà, ad un’attenta osservazione, non sfugge che le campiture di colore sopra menzionate non vengano mai dipinte in modo netto entro limiti ben delimitati. Il colore è spesso sfumato. Quasi che l’autore volesse instillare il dubbio che non possa esistere un confine preciso fra gli elementi della realtà, qualsiasi essa sia. E’ necessario un confronto, un dialogo che non appiattisca tutto all’interno di un’uniformità precostituita e rigida. La rigidità, soprattutto di pensiero, non può che condurre all’aberrazione, quale quelle di cui il secondo conflitto mondiale si è fatto promotore.

 

CRISTINA PALMIERI

 

 

 

VENERDI' in performance" - SOTTO IL SELCIATO C’E’ LA SPIAGGIA

ANGELO PRETOLANI

SOTTO IL SELCIATO C’È LA SPIAGGIA

VENERDI’ 20 APRILE 2018

L'ARTE IN MOVIMENTO - "FRIDA KAHLO - OLTRE IL MITO"

L’impressione di Frida Kahlo “oltre al mito”: una lettura personale riguardo all’artista messicana ed alla retrospettiva in mostra al Mudec.

A me, personalmente, Frida Kahlo non piace.

Nel mio caso, affermare che “un’artista non mi piace” significa molte cose: lo dico in primo luogo da appassionata di arte, poi da studiosa della materia. Per forza di cose, nella mia mente compio diversi step,  a livello di pensiero, prima di arrivare ad apprezzare un artista.

VENERDI' in performance" - SOTTO IL SELCIATO C’E’ LA SPIAGGIA

ANGELO PRETOLANI

SOTTO IL SELCIATO C’È LA SPIAGGIA

VENERDI’ 13 APRILE 2018

REALLY.G SHOW - di GRELO

Piazza S. Marco a Venezia

Cos’è che rende questa piazza così splendida?

I suoi palazzi? La sua chiesa? Il campanile? Tutto questo assieme? Non tanto. Ma soprattutto il suo spazio. Ora ne parliamo.

Analizziamolo in rapporto al tessuto urbano circostante. Pensate Venezia: calli, campielli, casette una stretta all’altra; vani piccolissimi. Le case di Venezia sono fatte dai costruttori navali abituati a calcolare lo spazio al centimetro e ad organizzarlo secondo misure incredibilmente ridotte. Questo è il tessuto urbano; andando, muovendosi in esso, si assume una dimensione psico-fisica estremamente contratta e compatta.

I VIAGGI DI FULLIVER - "SAN FRANCISCO E LA SUA NEBBIA"

Inizio subito da quella  che  dopo New York City, di cui ho già avuto occasione di parlare, considero la città più rappresentativa di tutti gli Stati Uniti d' America.

Non esiste nessun' altra metropoli come San Francisco. Amatissima dai turisti di ogni provenienza, è nota per la sua frizzante e particolare nebbia estiva che avvolge,  fino a farlo scomparire,  uno dei ponti più famosi al mondo; peculiari,  inoltre,  le sue ripide colline attraversate da viali ortogonali,  che la fanno somigliare  ad un percorso urbano di “montagne russe”.

SOTTO IL SELCIATO C’È LA SPIAGGIA VENERDI’ 23 MARZO 2018

ANGELO PRETOLANI

SOTTO IL SELCIATO C’È LA SPIAGGIA

VENERDI’ 23 MARZO 2018    

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