Questo sito web utilizza cookie tecnici per assicurare una migliore esperienza di navigazione; oltre ai cookie di natura tecnica sono utilizzati anche cookie di terze parti. Per saperne di più e conoscere i cookie utilizzati accedi alla pagina Cookie.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.


Pillole d'arte

ANDY WARHOL

Andy Warhol possiede tanto l’energia del disegno, quanto la mobilità dei colori. Cerca di creare un’opposizione a quella stanca quotidianità del reale, che in prima persona rifugge con un’esistenza fuori da ogni canone,  già a partire dalla rivoluzione dei valori cromatici, dando vita ad opere che a livello coloristico si esprimono in toni espressionisti, talvolta surreali. Utilizza infatti un cromatismo acceso, vivace, deciso. I colori delle sue opere sono squillanti, saturi; sono blu, rossi, turchesi, ocra, verdi, viola, fucsia; tinte forti, brillanti. Il colore, inoltre, non è mai vissuto alla stregua di una superficie delimitata dal segno, da colmare, ma come un’area riscattata dall’ elemento cromatico stesso, che cerca di affermare, delineando il ritmo delle linee e del tratto, la propria legittimazione.

L’artista decide però di andare oltre, alla ricerca di quella riduzione delle forme nella loro essenzialità, nel loro farsi icona, attraverso una purificazione ed uno snellimento del linguaggio pittorico in parte debitori dei canoni compositivi e delle cromie che quotidianamente suggestionano l’immaginario collettivo attraverso i mass-media e la grafica pubblicitaria.

Intuisce quanto – dagli anni Sessanta in poi – la gente sia continuamente pungolata da una pluralità di stimoli visuali che giungono dal mondo mediatico. Questi possiedono, rispetto al reale, un processo di astrazione potenzialmente infinito. Le immagini - sempre più nitide e patinate -  che arrivano alla percezione delle persone sono nel medesimo tempo seriali e ripetitive, perciò, paradossalmente, sempre più vuote. In tale contesto tutto è omologato ed omologante, anche l’umanità dei personaggi. Warhol riesce comunque, pur volendo sottolineare questo aspetto del proprio presente,  a raccontare anche l’unicità delle icone che rappresenta. Plasticizza e staticizza questi protagonisti dell’eccezionalità, definendone i caratteri con tratto spedito e sicuro. Ma pur raccontati come se fossero proiettati sullo schermo da cui consuetamente ci appaiono, tali figure non si svuotano di umanità. Come “attori sulla scena” vivono di balenii di luce, di ombre che ne tratteggiano la fisionomia e irripetibilità. Le sue figure, perciò, si collocano in un  cerchio di leggendarietà e di idealizzazione che le pone in un clima quasi di attesa, di straniamento. Come se realmente su questi visi vibrasse una storia esemplare, una vita piena di luci eccellenti, che però un poco si offuscano nella malinconia e nella fissità che l’artista, con un’attenzione all’uomo che non sempre gli è riconosciuta, insinua nei loro sguardi.

Warhol mi pare sempre desideroso di  restituire la profondità ed il magnetismo dello sguardo, affascinato dalla singolarità della persona anche quando dipinge i personaggi dell’industria iconografica, attento a saper raccogliere, finanche di questi protagonisti celebrati dalla retorica popolare, l’intima espressione della loro individualità. Un’ individualità che affiora dagli sfondi monocromi e patinati in cui   vengono inseriti, dai quali emergono in primo piano in  memoria fissata volutamente  per sempre.

 

CRISTINA PALMIERI

 

PIERO MANZONI

Piero Manzoni, in Italia, rappresenta un caso limite, che racconta la crisi di un’epoca e di una generazione, emblema di una cultura che conduce sino all’esasperazione la necessità di “concettualizzare” l’arte e la volontà di stupire. La sua celeberrima opera “Merda d’artista - Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e inscatolata nel maggio 1961” è un significativo esempio di annullamento del processo artistico a favore di un gusto del paradosso che non ha più a che vedere con la ricerca, ma diventa provocazione, gesto che si annulla nel momento in cui è compiuto e di cui, nel tempo, importa che rimanga la testimonianza.

Manzoni, discendente della nobile famiglia del grande omonimo letterato, è sin da giovane un dandy decadente.  La sua formazione letteraria lo induce ad assumere una posizione intellettualistica capace di incidere profondamente nella cultura artistica coeva ma, soprattutto, successiva alla sua prematura scomparsa. Stroncato da un infarto all’età di 29 anni, in una Milano, forse, non ancora pronta a comprendere certi atti estremi – talvolta esasperati - sembra non riuscire a sopravvivere a se stesso e a quei comportamenti così dissacratori e dissacranti da sembrare quelli di un narcisista ormai stanco della vita, a tal punto oltre la propria polemica e la propria ironia  da raccontare solo la vanità e la vacuità del tutto.

Inizialmente, a metà degli anni Cinquanta, ancora vicino agli artisti informali,  concepisce il quadro come “un’area di libertà la cui validità è determinata solo dalla quantità di gioia di vita che le immagini contengono”. Una posizione non così radicale, poiché l’arte è ancora intesa come “immagine”. Non vi è in quel momento alcun accenno alla fine dell’arte come pittura.

A rivoluzionare la sua visione sarà l’incontro con le opere monocrome di Ives Klein, esposte nel 1957 presso la Galleria Apolinnaire. Una proposta che,  ancor più di quella di Fontana,  porta al di là del quadro, in una dimensione – almeno nelle intenzioni dell’artista francese – di “mistica totale”.

Manzoni sente, dialogando con Klein, di doversi liberare da ogni giogo. Apre la serie dei noti “Achrome”, quadri bianchi dalle superfici mosse. Imbeve le tele di caolino e colle, le permea di cuciture, di ovatta, di polistirolo espanso. Ma il quadro c’è, persiste, così come l’ indagine pura dei valori spaziali. Sono gli anni in cui gli impulsi e gli stimoli  derivanti dalla ricerca di  Fontana e degli spazialisti sono vivi, vigorosi. Nasce anche la rivista “Azimut”,  fondata da Castellani nel 1957.

Ma dal 1959 il quadro, pur vuoto, azzerato nel colore,  non appaga più un ego bisognoso di trascendere persino se stesso. Mentre l’amico Klein inizia a vendere il nulla, “la sensibilità d’artista”, il nostro arriva alle sue impronte provvisorie sui corpi vivi, alle uova offerte al pubblico – invitato a divorare l’arte – firmate con l’impronta del suo pollice destro, sino alla nota “merda d’artista”.

Gesti che molti giudicano inutili ed eccessivi,  trovate esasperate destinate ad annullare l’arte.

A posteriori, trascorsi sessant’anni da allora, ci si rende conto di quanto personalità come questa abbiano contribuito a creare, in ambito artistico, i molti equivoci che da anni attraversano la storia del’arte. Davvero tutto è  lecito e giustificabile, purché frutto del gesto creativo e fondante dell’artista? Ci troviamo di fronte ad un’ impasse  difficile da risolvere. Da tempo, e troppo sovente,  si è gridato e si grida “alla morte dell’arte”. Alcuni sostengono che, nel momento in cui l’arte si muta in filosofia,  in qualche modo giunge alla sua fine.

Personalmente preferisco, sempre e comunque, pensare che la fine dell’arte costituisca invece, semplicemente, un nuovo inizio, un indizio, un documento di quanto accade intorno a noi. Manzoni ha saputo rappresentare con acume, ironia ed originalità la realtà del proprio tempo, la noia di un intellettuale desideroso di scuotere le coscienze addormentate e supine, conferendo all’arte una funzione simbolica che si sviluppa all’interno di  un processo comunicativo in cui viene ribaltato il concetto di significazione.

La storia procede e muta, ma continua; la vita continua. Con essa l’arte, che ne è espressione, ovviamente varia e complessa.

 

CRISTINA PALMIERI

 

 

AFRO BASALDELLA

Afro Basaldella è da considerarsi uno degli indiscussi maestri della pittura italiana ed europea  del secondo dopoguerra.

A caratterizzare la sua ricerca  è una caparbia  indagine di un minuzioso equilibrio stilistico, in grado di conseguire una proporzione tra l’emozione ed il controllo intellettuale.

L’urgenza espressiva tipica del linguaggio informale, a cui Afro si è con passione avvicinato sin dagli esordi, viene sempre contenuta dall’artista grazie ad un’attenta consapevolezza dei mezzi espressivi. Ogni suo dipinto, se attentamente osservato, restituisce all’osservatore quanto sia basilare la fase ideativa e preparatoria. Quelli che possono apparire elementi e colori che si intrecciano e sovrappongono in maniera casuale, sono in realtà la risultante di un progetto meditato e calibrato.  I ritmi dell’opera sono infatti sempre rigorosamente risolti grazie alla capacità di bilanciare, sulla superficie, forme, colori e segno. Il colore ha, nel ritmo degli spazi, una funzione preponderante, sia nell’accordo delle tonalità che dei valori timbrici. L’artista persegue  - inflessibile -  le assonanze degli analoghi, così come gli apparenti stridori. I suoi rossi, gialli e blu, sovente chiusi all’interno di un linearismo grafico che li determina e quasi circoscrive, spiccano dai fondi per lo più diafani, atonali. Assumono una dimensione schematica, che riportano a certo Picasso, a Klee ed alla loro ricerca della convivenza e conciliazione  fra spazio e colore.

Sul cromatismo, infatti, Afro interviene con il segno, che pare a volte concitato, insofferente, alla ricerca di ritorsioni quasi ossessive, ma risulta poi sempre controllato dal tentativo di dar vita ad un’opera finale in cui l’emozione venga  contenuta dall’intelletto. Ne deriva una pittura che sta oltre l’astrazione, oltre il costruttivismo geometrico, ma non si abbandona mai totalmente all’istintività pura dell’informel. Sulle sue tele pare che, pur in quella luminosità diffusa che assorbe i contorni e stempera ogni forma in puro lirismo, vi sia in realtà una necessità di conseguire comunque una sorta di architettura formale capace di raccontare la memoria del reale. Siamo di fronte ad un’espressività che vive di una tensione contenuta e modulata, restituendo quelle tipiche superfici arabescate, dominate da una misura interna che le rende intime e delicate.

 

 

CRISTINA PALMIERI

I VIAGGI DI FULLIVER - "BERLINO E L'IGLOO DI CRISTALLO"

Mi piace viaggiare e soggiornare in Germania.  Ho visitato le sue maggiori e più importanti città.  Apprezzo persino  la cucina tedesca e,  cosa che forse a molti potrebbe apparire  strana,  anche l'umorismo teutonico. Adoro l'ordine, la pulizia, la puntualità e il grande senso civico che tanto manca a buona parte di noi italiani.

Ho apprezzato moltissimo Monaco di Baviera, Amburgo, Colonia, Francoforte, ma onestamente non ho provato il medesimo entusiasmo nel visitare Berlino, città tanto amata e glorificata dai giovani di tutta Europa, che vedono in essa una metropoli che offre grandi occasioni  di lavoro e crescita professionale, nonché divertimento.

REALLY.G SHOW - di GRELO

Il rapporto che lega un’opera, cioè il tutto-architettonico, a ciascuno dei suoi dettagli (ed a tutti insieme nello stesso tempo) è certamente materia dello specialista; ma non si può pretendere di poter conoscere, o capire - come suol dirsi - un’opera architettonica se non ci si fa sensibili ed attenti al problema del dettaglio. Io credo che non sia poi una fatica sprecata per me incentivare le scintille di una sempre maggiore sensibilità a riguardo in Voi che,  più di molte altre persone, siete spesso nell’occasione di vivere a contatto, o addirittura promuovere, un’opera architettonica importante.

LEONCILLO LEONARDI ALLA "GALLERIA DELLO SCUDO" DI VERONA

La nota e  storica galleria “Lo Scudo” di Verona ha inaugurato, lo scorso 15 dicembre, un’interessante mostra dedicata allo scultore Leoncillo, dal titolo “Leoncillo, materia radicale. Opere 1958-1968”. Curata da Enrico Mascelloni, e visitabile sino al termine del mese di marzo, presenta  una selezione di oltre venti sculture di grandi e medie dimensioni,  scelte tra le più significative dell’ultimo decennio dell’opera dell’artista, quello in cui pervenne a quel modellato inquieto - in cui la materia appare come carne viva,  ferita, tormentata – che incontrò l’interesse ed il consenso dei critici più importanti dell’epoca.

I VIAGGI DI FULLIVER - "BILBAO: UNA CITTA' RINATA"

Bilbao…. il nord estremo della Spagna,  un meraviglioso affaccio sul golfo di Biscaglia, nonché la più estesa città dei Paesi Baschi. Importante porto marittimo e centro industriale, sorge sul fiume Nervion, il principale responsabile della sua trasformazione urbana. Una città avveniristica, godibile grazie alla sua nuova e totale riqualificazione che l'ha consacrata degna protagonista del design internazionale.

IVANA GALLI A SPAZIO TADINI: "RITRATTI SCOMPOSTI"

Per Ivana Galli l’obiettivo non è “altro da sé”, perché con la macchina fotografica in mano nasce e cresce; sin da ragazzina, nello studio fotografico del papà, comprende che  può diventare un mezzo attraverso cui leggere il mondo, per restituirne una rappresentazione che non sia banalmente la riproduzione di quanto ci sta di fronte, ma un’interpretazione, una lettura, una possibile decifrazione illuminante. Quanto da sempre pare indagare e ricercare sono gli aspetti meno immediati, più nascosti del reale e dei soggetti che ritrae.

I VIAGGI DI FULLIVER - "ROMANIA. L'ULTIMA FIABA"

La Romania costituisce il cuore poco conosciuto e nascosto d' Europa. Una destinazione inusuale, un viaggio tra leggende e miti che fino a pochissimi anni fa non avrei mai immaginato di visitare.

Cercando di sgombrare la mente da ogni pregiudizio che si è creato negli ultimi anni intorno alla nazione ed ai suoi abitanti,  dopo essermi ben documentato  su tutto quanto di interessante la meta possa offrire, eccomi pronto e deciso a visitare questo paese davvero in contrasto con quello che la persona  occidentale possa immaginare di trovarvi.

INSERZIONE NELLA SEZIONE "ARTISTI" E NELLA SEZIONE "MOSTRA DEL MESE"

Chi fosse interessato ad un'inserzione nella sezione "ARTISTI", oppure ad essere presentato nella sezione "MOSTRA DEL MESE", è pregato di utilizzare l'area contatti.

Menù "Altro", tendina a scendere, "contatti".

Grazie