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Pillole d'arte

GIUSEPPE SANTOMASO - "L'ESSENZA ESSENZIALE"

Artista di origini veneziane, è uno dei  maitres-à-penser del gruppo dei promotori della “Nuova secessione artistica italiana”, nota come  “Fronte nuovo delle arti”.

Tralasciando una puntuale trattazione biografica, che qui non ci preme, evidenziamo come sia  nella seconda metà degli anni Cinquanta che l’artista - dopo esperienze inizialmente legate alla lezione delle avanguardie storiche, dal cubismo al post-impressionismo -  si affrancherà completamente dal riferimento al reale, preferendo una pittura in cui la struttura formale si dissolve in un un intenso lirismo, laddove  le variazioni coloristiche e segniche echeggiano ritmi che si placano in leggere vibrazioni. Pur  influenzato dall’informale europeo e da certo espressionismo americano, nelle sue  opere il linguaggio gestuale non si racconta mai attraverso l’automatismo compulsivo e la drammaticità. 

Nella seconda metà degli anni Settanta Santomaso giunge ad elaborare una peculiare semantica, attraverso una pacata ricerca di armonia tra equilibrate forme geometriche, ridotte ad un’essenzialità espressiva che, ancor più di un tempo,  si attua in quella sua tipica euritmia tra forme e colori, in una raffinatezza compositiva che regala una visione quasi sacrale della pittura.  Sembra che l’autore persegua una sorta di distacco dall’emozione, per affermare con convinzione la necessità di un ordine premeditato.   Anche le fratture ed interruzioni fra le superfici delle forme non rappresentano, perciò, un’attestazione di incrinatura od un emendamento della simmetria;  consegnano altresì all’unità dell’opera una proporzione calibrata degli elementi costitutivi, costruita sull’indagine di una composizione in cui tutto è ridotto all’essenzialità. Non vi è margine per ridondanze o eccessi, che comunque non hanno mai caratterizzato la personalità del nostro, neppure negli anni in cui  la sua gestualità è più eloquente.

L’opzione è piuttosto per la risolutezza  nell’ affermare una purezza estetica che conduca ad un’astrazione bilanciata su un’architettura formale la quale si prefigge    minimalismo e sobrietà  espressivi. Sulla superficie dell’opera vi è un  attimo il quale diviene il kairós, il momento opportuno in cui poter ponderare – “dentro e fuori la coscienza” (come afferma egli stesso) – la risonanza perfetta tra gli elementi compositivi. Al di fuori di esso non è più opportuno aggiungere o sottrarre alcunché: un colore, una linea, un piccolo punto. Le linee e le forme assumono le loro proporzioni, la luce pare quella dell’ora indovinata, tutto è perfetto incastro come nei superbi mosaici della sua città d’origine. L’ordine è compiuto, in un’etica dell’arte che dovrebbe riflettere la perfezione agognata dell’umano esistere.

 

CRISTINA PALMIERI

 

 

 

 

 

 

 

 

MARK ROTHKO

“La pittura è l’arte dei colori e della forme, liberamente concepite, ed è anche atto di volontà e di creazione, ed è un’arte irrazionale, con predomino di fantasia ed immaginazione, cioè poesia.”

                                                        [ Osvaldo Licini, “Lettera aperta al Milione”, 1935]

 

Le parole di Osvaldo Licini, uno dei maggiori esponenti dell’Astrattismo italiano, possono condurci alla comprensione della pittura di Mark Rothko. La produzione più nota dell’artista americano, infatti, si è incentrata sulla ricerca di un’astrazione totalmente interiore e soggettiva, in cui fondamentale ruolo hanno avuto la scoperta della spiritualità espressiva del colore e l’indagine  della possibilità di calibrare, attraverso le modulazioni e variazioni cromatiche, le geometrie compositive e formali dell’opera astratta.

Quando si sceglie la libertà totale come codice comunicativo,  la pittura non può allora che evolversi nelle cromie, nei rapporti tra il segno e lo spazio, nella materialità. E’ come se l’autore decidesse di proiettare sulla tela, che diviene il palcoscenico dell’ anima, un proprio codice simbolico, il proprio mondo interiore.

L’astrattismo, soprattutto nella sua maggior tradizione europea, ha sempre amato l’ordine, gli armoniosi rapporti della geometria, la chiarezza, la pulizia, le composizioni in cui a predominare possa essere una vigorosa semplicità. Rothko recupera  questi valori, vi si addentra.

La sua pittura, forte soprattutto di marcati contrasti cromatici e di ricerche sui valori spazio-luce, considera la tela come una superficie piana e indeterminata, sulla quale ogni forma è disciolta in puri accordi coloristici proiettati sullo spazio del supporto.

Le tele di Rothko sono inquadrabili come uno sforzo di costruire l’opera a partire dall’accordo di campiture  orizzontali, in cui il colore è generalmente steso in modo piatto, puro, asettico, entro i limiti di fasce rettangolari, in una pittura totalmente aprospettica, in cui lo spazio è creato -  a partire da un tono dominante, un colore più scuro ma comunque intenso e pieno di luce -  nell’ordinata sequenza di queste bande,  talvolta severe e quasi monocordi, più spesso squillanti e vivaci. L’estrema libertà espressiva che, come detto, è presupposto del concetto dell’astrazione sembra quasi negarsi nella costante ricerca di armonia alla quale si richiama, come se l’essenza schematica delle sue composizioni, nonché l’ approfondimento degli accordi tra le tinte,  agissero il lui come costante ritorno all’ordine, come necessità di trovare una coincidenza tra realtà visiva (con le proprie leggi) e realtà spirituale.

In realtà, ad un’attenta osservazione, non sfugge che le campiture di colore sopra menzionate non vengano mai dipinte in modo netto entro limiti ben delimitati. Il colore è spesso sfumato. Quasi che l’autore volesse instillare il dubbio che non possa esistere un confine preciso fra gli elementi della realtà, qualsiasi essa sia. E’ necessario un confronto, un dialogo che non appiattisca tutto all’interno di un’uniformità precostituita e rigida. La rigidità, soprattutto di pensiero, non può che condurre all’aberrazione, quale quelle di cui il secondo conflitto mondiale si è fatto promotore.

 

CRISTINA PALMIERI

 

 

 

ANDY WARHOL

Andy Warhol possiede tanto l’energia del disegno, quanto la mobilità dei colori. Cerca di creare un’opposizione a quella stanca quotidianità del reale, che in prima persona rifugge con un’esistenza fuori da ogni canone,  già a partire dalla rivoluzione dei valori cromatici, dando vita ad opere che a livello coloristico si esprimono in toni espressionisti, talvolta surreali. Utilizza infatti un cromatismo acceso, vivace, deciso. I colori delle sue opere sono squillanti, saturi; sono blu, rossi, turchesi, ocra, verdi, viola, fucsia; tinte forti, brillanti. Il colore, inoltre, non è mai vissuto alla stregua di una superficie delimitata dal segno, da colmare, ma come un’area riscattata dall’ elemento cromatico stesso, che cerca di affermare, delineando il ritmo delle linee e del tratto, la propria legittimazione.

L’artista decide però di andare oltre, alla ricerca di quella riduzione delle forme nella loro essenzialità, nel loro farsi icona, attraverso una purificazione ed uno snellimento del linguaggio pittorico in parte debitori dei canoni compositivi e delle cromie che quotidianamente suggestionano l’immaginario collettivo attraverso i mass-media e la grafica pubblicitaria.

Intuisce quanto – dagli anni Sessanta in poi – la gente sia continuamente pungolata da una pluralità di stimoli visuali che giungono dal mondo mediatico. Questi possiedono, rispetto al reale, un processo di astrazione potenzialmente infinito. Le immagini - sempre più nitide e patinate -  che arrivano alla percezione delle persone sono nel medesimo tempo seriali e ripetitive, perciò, paradossalmente, sempre più vuote. In tale contesto tutto è omologato ed omologante, anche l’umanità dei personaggi. Warhol riesce comunque, pur volendo sottolineare questo aspetto del proprio presente,  a raccontare anche l’unicità delle icone che rappresenta. Plasticizza e staticizza questi protagonisti dell’eccezionalità, definendone i caratteri con tratto spedito e sicuro. Ma pur raccontati come se fossero proiettati sullo schermo da cui consuetamente ci appaiono, tali figure non si svuotano di umanità. Come “attori sulla scena” vivono di balenii di luce, di ombre che ne tratteggiano la fisionomia e irripetibilità. Le sue figure, perciò, si collocano in un  cerchio di leggendarietà e di idealizzazione che le pone in un clima quasi di attesa, di straniamento. Come se realmente su questi visi vibrasse una storia esemplare, una vita piena di luci eccellenti, che però un poco si offuscano nella malinconia e nella fissità che l’artista, con un’attenzione all’uomo che non sempre gli è riconosciuta, insinua nei loro sguardi.

Warhol mi pare sempre desideroso di  restituire la profondità ed il magnetismo dello sguardo, affascinato dalla singolarità della persona anche quando dipinge i personaggi dell’industria iconografica, attento a saper raccogliere, finanche di questi protagonisti celebrati dalla retorica popolare, l’intima espressione della loro individualità. Un’ individualità che affiora dagli sfondi monocromi e patinati in cui   vengono inseriti, dai quali emergono in primo piano in  memoria fissata volutamente  per sempre.

 

CRISTINA PALMIERI

 

I VIAGGI DI FULLIVER : "IL MODERNISMO CATALANO"

Barcellona, straordinaria città internazionale. Eclettica, sfacciata ed elegante in egual  misura. Da me visitata in più occasioni, in ognuna di essa ho colto qualcosa di nuovo e non ancora approfondito. Mi sorprende ad ogni viaggio come fosse la prima volta che la vedo.

L’ultimo mio soggiorno risale al mese di maggio 2019; fin dalla partenza avevo già deciso che mi sarei dedicato alla scoperta di realtà sulle quali non mi ero ancora soffermato, magari considerate minori rispetto alla fama dei suoi capolavori più famosi, che già mi erano noti.

OMAGGIO A BEVERLY PEPPER, LA SCULTRICE AMERICANA CHE SEPPE VEDERE NEL FUTURO

Circa un mese fa – il 5 febbraio – si è spenta a Todi Beverly Pepper, artista di origini newyorkesi, nata a Brooklyn nel 1922.

A memento della sua ricerca e di una vita consacrata all’arte rimangono nel nostro paese, fra le altre,  le immense sculture donate alla città di Todi, dove quasi cinquant’anni fa scelse di vivere con il marito, lo scrittore e giornalista Curtis Bill Pepper, conosciuto a Roma. Nella capitale, infatti,  approda  nel lontano 1951, grazie ad una borsa di studio ottenuta dal Ministero degli Affari Esterii italiano.

ANDY WARHOL: COMPLESSITA’ DI UN UOMO E DELLA SUA OPERA

A pochi giorni dalla ricorrenza della sua morte – avvenuta il 22 febbraio 1987 – desidero ricordare la figura di un’artista che ha segnato gli ultimi cinquant’anni non solo della storia dell’arte, ma della storia del costume.

E’ impossibile analizzare la produzione artistica di Andy Warhol senza cercare di comprendere la poliedricità che caratterizza, prima che l’artista, l’uomo.

I VIAGGI DI FULLIVER : "CITTA' DEL CAPO. LA REGINA D'AFRICA "

Incredibilmente bella, Città del Capo è forse la città più importante dell' Africa australe.

Fondata nel 1652,  costituì il primo insediamento europeo del Sudafrica tanto da guadagnarsi l’appellativo di “città madre.  Rappresenta il simbolo di tutta la storia del Sudafrica moderno, dallo storico sbarco dei primi coloni olandesi al primo discorso di Nelson Mandela dell'era post-aparthaid, in cui sono tangibili  permanenti impronte culturali ed architettoniche dei vari periodi storici.

ENZO TOGO - "E LA LUCE FU" - VILLA BURBA - RHO - A CURA DI CRISTINA PALMIERI

Sabato 25 gennaio, alle ore 17:30, presso Villa Burba di Rho, nel suggestivo contesto della Sala delle Colonne e dell'adiacente Sala del Filatoio, verrà inaugurata la mostra "E la luce fu", del noro artista Enzo Togo.

EMILIO VEDOVA AL PALAZZO REALE DI MILANO

La “Sala del Piccolo Lucernario” e la straordinaria “Sala delle Cariatidi”  di Palazzo Reale di Milano  ospitano, sino al prossimo 9 febbraio, una bellissima mostra dedicata ad Emilio Vedova.

L’antologica, promossa da Comune di Milano Cultura, da Palazzo Reale e dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova per celebrare il centenario della nascita del grande artista (Venezia, 1919-2006), è curata da Germano Celant, uno dei critici che maggiormente  ha contribuito all’affermazione di tendenze, movimenti ed artisti innovativi dagli anni Sessanta in poi, nonché teorico  dell’Arte Povera.

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