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Pillole d'arte

PIERO MANZONI

Piero Manzoni, in Italia, rappresenta un caso limite, che racconta la crisi di un’epoca e di una generazione, emblema di una cultura che conduce sino all’esasperazione la necessità di “concettualizzare” l’arte e la volontà di stupire. La sua celeberrima opera “Merda d’artista - Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e inscatolata nel maggio 1961” è un significativo esempio di annullamento del processo artistico a favore di un gusto del paradosso che non ha più a che vedere con la ricerca, ma diventa provocazione, gesto che si annulla nel momento in cui è compiuto e di cui, nel tempo, importa che rimanga la testimonianza.

Manzoni, discendente della nobile famiglia del grande omonimo letterato, è sin da giovane un dandy decadente.  La sua formazione letteraria lo induce ad assumere una posizione intellettualistica capace di incidere profondamente nella cultura artistica coeva ma, soprattutto, successiva alla sua prematura scomparsa. Stroncato da un infarto all’età di 29 anni, in una Milano, forse, non ancora pronta a comprendere certi atti estremi – talvolta esasperati -  sembra non riuscire a sopravvivere a se stesso e a quei comportamenti così dissacratori e dissacranti da sembrare quelli di un narcisista ormai stanco della vita, a tal punto oltre la propria polemica e la propria ironia  da raccontare solo la vanità e la vacuità del tutto.

Inizialmente, a metà degli anni Cinquanta, ancora vicino agli artisti informali,  concepisce il quadro come “un’area di libertà la cui validità è determinata solo dalla quantità di gioia di vita che le immagini contengono”. Una posizione non così radicale, poiché l’arte è ancora intesa come “immagine”. Non vi è in quel momento alcun accenno alla fine dell’arte come pittura.

A rivoluzionare la sua visione sarà l’incontro con le opere monocrome di Ives Klein, esposte nel 1957 presso la Galleria Apolinnaire. Una proposta che,  ancor più di quella di Fontana,  porta al di là del quadro, in una dimensione – almeno nelle intenzioni dell’artista francese – di “mistica totale”.

Manzoni sente, dialogando con Klein, di doversi liberare da ogni giogo. Apre la serie dei noti “Achrome”, quadri bianchi dalle superfici mosse. Imbeve le tele di caolino e colle, le permea di cuciture, di ovatta, di polistirolo espanso. Ma il quadro c’è, persiste, così come l’ indagine pura dei valori spaziali. Sono gli anni in cui gli impulsi e gli stimoli  derivanti dalla ricerca di  Fontana e degli spazialisti sono vivi, vigorosi. Nasce anche la rivista “Azimut”,  fondata da Castellani nel 1957.

Ma dal 1959 il quadro, pur vuoto, azzerato nel colore,  non appaga più un ego bisognoso di trascendere persino se stesso. Mentre l’amico Klein inizia a vendere il nulla, “la sensibilità d’artista”, il nostro arriva alle sue impronte provvisorie sui corpi vivi, alle uova offerte al pubblico – invitato a divorare l’arte – firmate con l’impronta del suo pollice destro, sino alla nota “merda d’artista”.

Gesti che molti giudicano inutili ed eccessivi, eccessive trovate esasperate destinate ad annullare l’arte.

A posteriori, trascorsi sessant’anni da allora, ci si rende conto di quanto personalità come questa abbiano contribuito a creare, in ambito artistico, i molti equivoci che da anni attraversano la storia del’arte. Davvero tutto è  lecito e giustificabile, purché frutto del gesto creativo e fondante dell’artista? Ci troviamo di fronte ad un’ impasse  difficile da risolvere. Da tempo, e troppo sovente,  si è gridato e si grida “alla morte dell’arte”. Alcuni sostengono che, nel momento in cui l’arte si muta in filosofia,  in qualche modo giunge alla sua fine.

Personalmente preferisco, sempre e comunque, pensare che la fine dell’arte costituisca invece, semplicemente, un nuovo inizio, un indizio, un documento di quanto accade intorno a noi. Manzoni ha saputo rappresentare con acume, ironia ed originalità la realtà del proprio tempo, la noia di un intellettuale desideroso di scuotere le coscienze addormentate e supine, conferendo all’arte una funzione simbolica che si sviluppa all’interno di  un processo comunicativo in cui viene ribaltato il concetto di significazione.

La storia procede e muta, ma continua; la vita continua. Con essa l’arte, che ne è espressione, ovviamente varia e complessa.

 

CRISTINA PALMIERI

 

 

AFRO BASALDELLA

Afro Basaldella è da considerarsi uno degli indiscussi maestri della pittura italiana ed europea  del secondo dopoguerra.

A caratterizzare la sua ricerca  è una caparbia  indagine di un minuzioso equilibrio stilistico, in grado di conseguire una proporzione tra l’emozione ed il controllo intellettuale.

L’urgenza espressiva tipica del linguaggio informale, a cui Afro si è con passione avvicinato sin dagli esordi, viene sempre contenuta dall’artista grazie ad un’attenta consapevolezza dei mezzi espressivi. Ogni suo dipinto, se attentamente osservato, restituisce all’osservatore quanto sia basilare la fase ideativa e preparatoria. Quelli che possono apparire elementi e colori che si intrecciano e sovrappongono in maniera casuale, sono in realtà la risultante di un progetto meditato e calibrato.  I ritmi dell’opera sono infatti sempre rigorosamente risolti grazie alla capacità di bilanciare, sulla superficie, forme, colori e segno. Il colore ha, nel ritmo degli spazi, una funzione preponderante, sia nell’accordo delle tonalità che dei valori timbrici. L’artista persegue  - inflessibile -  le assonanze degli analoghi, così come gli apparenti stridori. I suoi rossi, gialli e blu, sovente chiusi all’interno di un linearismo grafico che li determina e quasi circoscrive, spiccano dai fondi per lo più diafani, atonali. Assumono una dimensione schematica, che riportano a certo Picasso, a Klee ed alla loro ricerca della convivenza e conciliazione  fra spazio e colore.

Sul cromatismo, infatti, Afro interviene con il segno, che pare a volte concitato, insofferente, alla ricerca di ritorsioni quasi ossessive, ma risulta poi sempre controllato dal tentativo di dar vita ad un’opera finale in cui l’emozione venga  contenuta dall’intelletto. Ne deriva una pittura che sta oltre l’astrazione, oltre il costruttivismo geometrico, ma non si abbandona mai totalmente all’istintività pura dell’informel. Sulle sue tele pare che, pur in quella luminosità diffusa che assorbe i contorni e stempera ogni forma in puro lirismo, vi sia in realtà una necessità di conseguire comunque una sorta di architettura formale capace di raccontare la memoria del reale. Siamo di fronte ad un’espressività che vive di una tensione contenuta e modulata, restituendo quelle tipiche superfici arabescate, dominate da una misura interna che le rende intime e delicate.

 

 

CRISTINA PALMIERI

MARIO SIRONI

Il travagliato percorso artistico di Mario Sironi fu profondamente  influenzato dalle vicende politiche di un periodo che vide il concretizzarsi di   grandi trasformazioni sociali, segnato dalla tragedia delle guerre, dall'instaurarsi del regime fascista (per il quale parteggiò,  in un’autenticità, legata ai valori della tradizione, a cui mai abdicò) e dalla sua successiva disfatta.

Dopo un’iniziale adesione alle istanze futuriste ed alla metafisica, pur prendendo parte al movimento del Novecento, l’artista percorse ben presto una ricerca autonoma e scevra da coevi condizionamenti. Personalità originale e vigorosa, affascinato dall’architettura,  fu in grado - sin dagli anni Venti -  di sviluppare una visione dell’arte  assolutamente particolare, elaborando un’estetica essenziale, capace di raccontare quella concezione tragica dell’esistenza che proromperà in maniera definitiva nei paesaggi urbani del primo dopoguerra. Della metropoli moderna rivelò da un lato la dimensione di potenza che può generare l’energia costruttiva del cambiamento, dall’altro i sobborghi silenti e malinconici, affrescati mediante colori cupi, quei grigi e azzurri opalescenti, cinerei,  con una  matericità che rende la sua pennellata pastosa e immediatamente riconoscibile, capace di trasudare l’effetto tattile delle superfici del mondo che narra. Quasi le rendesse presenti davanti a noi con una veridicità disarmante, nel loro senso di spaesamento.

Sironi raccontò l’amaro sconforto di un intellettuale incapace di chiudere gli occhi di fronte alla condizione amara ed angosciante dell’uomo moderno, di quella moltitudine incolore ed affannata di persone che abita le caliginose periferie cittadine, avvolte di nebbia e fumo. Sin dai lavori metafisici, l’uomo è percepito alla stregua di un viandante solitario che attraversa uno spazio urbano scandito da cisterne e ciminiere, da fabbriche che paiono prigioni, da livide mura proiettate in un cielo senza colore. Un mondo spettrale in cui si consuma l’esistenza. Il dramma è congiunto al  nostro destino, alla caducità di quanto ci riguarda e  circonda, alla lotta quotidiana. L’umanità che l’artista affresca è cronaca di persone  che soffrono e che lavorano. Figure umili, dipinte  però in una  sintesi formale che le rende quasi statuarie nella loro dignità. In questo il suo socialismo - mai abiurato e mai macchiato dalla propaganda e dal velleitarismo – è autentico sentimento del mondo che vive e di cui  percepisce il cambiamento e le profonda rivoluzione sociale.

CRISTINA PALMIERI

VENERDI' in performance" - SOTTO IL SELCIATO C’E’ LA SPIAGGIA

ANGELO PRETOLANI

SOTTO IL SELCIATO C'È LA SPIAGGIA

VENERDI’ 15 GIUGNO 2018

REALLY.G SHOW - di GRELO

Dopo i ragionamenti d’apertura (editoriali dal 2.6 al 2.9), in cui m’è parso utile proporre allattenzione dei lettori come l’essenza dell’architettura sia lo “spazio” ed averne pertanto cercato di evidenziarne l’assoluta priorità rispetto ad altre fisicità dell’architettura -che sono importanti solo in quanto vettori di qualificazione dello spazio stesso -, ritengo utile ora gettare sulla bilancia del nostro scambio d’idee una pesante “spada di Brenno”, che è la dimensione urbanistica di ogni opera architettonica: un riflesso, un’aureola direi quasi, un campo magnetico, un ponte gettato tra ogni opera d’architettura ed il suo contesto esterno (paesaggio, città, ambiente).

VENERDI' in performance" - SOTTO IL SELCIATO C’E’ LA SPIAGGIA

ANGELO PRETOLANI

SOTTO IL SELCIATO C'E' LA SPIAGGIA

VENERDI’ 8 GIUGNO 2018  

VENERDI' in performance" - SOTTO IL SELCIATO C’E’ LA SPIAGGIA

ANGELO PRETOLANI

SOTTO IL SELCIATO C’È LA SPIAGGIA

VENERDI’ 1 GIUGNO 2018

I VIAGGI DI FULLIVER - "LA LEGGENDARIA MONUMENT VALLEY"

La Monument Valley … un paesaggio mitico, fantastico, quasi preistorico ed “irreale”. Uno dei luoghi più suggestivi, affascinanti ed incredibili che abbia mai visitato in tutta la mia vita.

Situato a metà tra i confini di Arizona e Utah in pieno territorio western, in un contesto geologico-naturalistico da sublimare qualsiasi visione e percezione sensoriale di chiunque decida di inserire questa escursione nei propri programmi di viaggio, è un luogo per cui è davvero impossibile trovare parole ed aggettivi adeguati.

GIONATAN ALPINI - "LA RUBRICA PIU' LETTA DELLA SETTIMANA. QUANDO L'ARTE E' RICERCA"

Eliminare le tossine è importante, anzi fondamentale.

Perché i prodotti non assimilabili che si accumulano nell' organismo rendono difficoltosi i processi di rigenerazione cellulare e mettono in difficoltà tutto l'organismo.

Anche farsi una doccia significa eliminare tossine.

INSERZIONE NELLA SEZIONE "ARTISTI" E NELLA SEZIONE "MOSTRA DEL MESE"

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